1. Sull'origine della parola "vino"
L’etimologia della parola vino è da tempo oggetto di studio nella linguistica indoeuropea e la sua origine esatta non è stata ancora chiarita del tutto. Una delle più antiche forme conosciute considerate corrispondenti è il termine ittita u̯ii̯an(a)- (scritto anche wiyan-), attestato nei testi cuneiformi ittiti (XVII–XIII secolo a.C.), con il significato di “vite” o “vino”. Nei testi geroglifici luvi si trovano forme corrispondenti, traslitterate tra l’altro come WE-ANAS.
Queste forme sono state spesso messe in relazione con il termine greco antico woinos, la cui forma successiva fu oinos (οἶνος). Le più antiche testimonianze scritte della parola greca risalgono approssimativamente al XIV–XIII secolo a.C. Alla stessa famiglia etimologica appartiene anche il latino vinum, documentato a partire dal VII–VI secolo a.C.
Il latino vinum divenne in seguito la base della maggior parte delle parole che designano il vino nelle lingue europee. Sia nelle lingue romanze sia in quelle germaniche, i termini corrispondenti derivano direttamente o indirettamente dalla stessa radice, come ad esempio l’inglese wine, il tedesco Wein, il francese vin, l’italiano vino e lo spagnolo vino. Tra le lingue europee vengono spesso citati come eccezioni il basco ardo e l’ungherese bor, la cui origine etimologica non è collegata al latino vinum.
Secondo un’interpretazione alternativa, il nome del vino potrebbe invece essere collegato alla regione del Caucaso. I sostenitori di questa teoria fanno riferimento alla parola georgiana gvino (ღვინო), che significa “vino” e che viene considerata un termine di possibile origine molto antica. Tale interpretazione si collega anche ai dati archeologici, secondo i quali il più antico centro di produzione del vino potrebbe essere stato situato nel Caucaso meridionale.
In Georgia sono state rinvenute prove della fermentazione dell’uva e della produzione del vino risalenti a circa 8.000 anni fa. Particolarmente notevoli sono i qvevri (o kvevri), grandi recipienti di terracotta interrati utilizzati per la fermentazione e l’affinamento del vino. Questa tradizione è ancora oggi praticata in Georgia ed è considerata una delle più antiche tecnologie vinicole conservatesi in modo continuativo al mondo. Diversi studiosi hanno interpretato la tecnologia del qvevri come un possibile modello per le successive anfore fenicie, egizie e greche.
2. La misteriosa “Grotta degli Uccelli” – la più antica “cantina vinicola” e il più antico “negozio di scarpe” del mondo
La grotta Areni-1, situata nella provincia di Vayots Dzor in Armenia e conosciuta anche come “Grotta degli Uccelli”, è uno dei più importanti siti archeologici del mondo. Le scoperte effettuate al suo interno hanno aiutato gli studiosi a comprendere meglio la vita umana di oltre 6.000 anni fa. Gli oggetti rinvenuti nella grotta offrono una rara testimonianza della vita quotidiana, dell’agricoltura, dell’artigianato e delle pratiche religiose di una comunità preistorica. I reperti dimostrano che la grotta fu utilizzata in diversi periodi come abitazione, ma anche per la conservazione e la lavorazione dei prodotti agricoli, la produzione del vino e lo svolgimento di rituali e sepolture. In una delle sue sezioni è stato scoperto un complesso per la vinificazione che comprendeva una vasca d’argilla per la pigiatura dell’uva, recipienti per la fermentazione, contenitori per la conservazione e una grande quantità di vinaccioli e bucce d’uva. Per questo motivo la grotta Areni-1 è considerata il sito della più antica cantina vinicola conosciuta al mondo.In un’altra parte della grotta sono stati rinvenuti la più antica scarpa in pelle conosciuta al mondo e uno dei più antichi capi di abbigliamento in pelle conservati: una gonna di pelle. Queste scoperte forniscono preziose informazioni sugli indumenti indossati dalle popolazioni dell’epoca. La scarpa trovata corrisponde approssimativamente all’attuale misura europea 37. Entrambi gli oggetti appartengono a una comunità preistorica e raccontano la vita quotidiana, l’abbigliamento, l’agricoltura e la cultura alimentare degli abitanti dell’Armenia meridionale.
Nella regione di Areni il vino viene prodotto ancora oggi. Il clima secco e soleggiato dell’area montuosa, insieme alle forti escursioni termiche tra il giorno e la notte, contribuisce a preservare l’acidità delle uve e a evitare una maturazione eccessivamente rapida. I vigneti si trovano tra i 900 e i 1.400 metri sul livello del mare, dove l’irraggiamento solare è più intenso e la stagione vegetativa più lunga. Di conseguenza, gli acini maturano più lentamente e sviluppano aromi più ricchi e complessi.
I terreni ben drenati della regione creano condizioni favorevoli alla viticoltura. Areni si trova lungo un’antica via di migrazione utilizzata dagli esseri umani per migliaia di anni. Il vitigno più famoso della zona è l’Areni Noir (o semplicemente Areni), perfettamente adattato alle condizioni locali. L’Armenia è considerata una delle regioni del mondo con la più antica tradizione continua di produzione vinicola.
3.Vino, canti sacri e meditazione: il cuore del patrimonio spirituale dell’Armenia…
L’Armenia adottò il cristianesimo come religione di Stato nel 301 d.C., diventando così il primo Paese ufficialmente cristiano al mondo (nell’Impero Romano ciò avvenne soltanto nel 380). Nella Chiesa un ruolo speciale era riservato al vino eucaristico, che ha contribuito a formare un forte senso di identità culturale tra gli armeni: il vino non è semplicemente una bevanda, ma una parte integrante del patrimonio nazionale.
Molte festività religiose sono accompagnate da rituali di benedizione dell’uva. Particolarmente importante è la tradizione della benedizione dell’uva che segue il Vardavar. I frutti del nuovo raccolto vengono portati in chiesa e il sacerdote li benedice in segno di gratitudine per i doni ricevuti da Dio. Nella letteratura spirituale armena il vino è spesso rappresentato come una metafora dell’amore divino. Così come il vino rallegra il cuore, la grazia di Dio dovrebbe trasformare la vita interiore dell’essere umano. Per questo motivo il vino non è considerato soltanto un prodotto materiale, ma anche un simbolo di trasformazione spirituale.
Un altro elemento fondamentale di questo patrimonio è rappresentato dalla musica della Chiesa delle origini. Gli inni liturgici che accompagnano le celebrazioni sono conosciuti con il nome di sharakan. Der Voghormia (Տէր ողորմեա), che in armeno significa “Signore, abbi pietà”, è una delle più antiche forme di preghiera cristiana. A differenza del canto gregoriano occidentale (VIII-IX secolo), la musica sacra armena si sviluppò come un sistema autonomo, conservando al tempo stesso numerose caratteristiche melodiche dell’antico Vicino Oriente. Al centro di questa tradizione vi sono la voce umana e gli strumenti tradizionali. Il più celebre è il duduk, uno strumento a fiato costruito con legno di albicocco, il cui suono profondo e malinconico è diventato uno dei simboli della cultura armena.
Un secondo aspetto essenziale è l’improvvisazione. Nelle tradizioni dell’Armenia e di altri popoli del Vicino Oriente, è considerato un buon musicista colui che sa variare creativamente le melodie esistenti. La musica non consiste soltanto nell’eseguire le note con precisione, ma anche nell’esprimere la propria interiorità. Dal punto di vista psicologico, la ripetizione produce un effetto calmante e meditativo. Quando le parole si ripetono, l’attenzione dell’ascoltatore si sposta gradualmente dal testo al suo significato e infine va persino oltre le parole stesse. In questo modo la musica diventa una sorta di ritmo del respiro, che aiuta a concentrarsi e a creare pace interiore… e risuona tra le montagne come un’eco proveniente dai secoli lontani.
